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Maschere, coriandoli e carri allegorici: i simboli del Carnevale.
Carnevale è da sempre la festa dei bambini, ma coinvolge anche gli adulti. Anzi, si potrebbe dire che è un modo per i grandi di ritornare bambini, approfittando di questi giorni per giustificare l’allegria e le stramberie che raggiungono i livelli massimi nella settimana di chiusura del Carnevale.
Le origini della festa sono religiose, infatti il Carnevale è collegato direttamente alla Pasqua, che cade sempre la domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Dalla Pasqua si sottraggono 6 settimane (di cui 5 sono di Quaresima) e la settimana precedente ad esse è quella in cui si festeggia il Carnevale.
Questa parola deriva forse dal latino medievale carnem levare, cioè “togliere la carne” dalla dieta, in osservanza al divieto cattolico di mangiare carne durante la Quaresima.
Protagoniste del Carnevale da sempre sono le maschere. Forse esistono da sempre; le portavano gli uomini delle caverne quando si dedicavano ai loro strani riti magici. Ci sono due tipi di maschere: quelle facciali che nascondono il volto e quelle a elmo che nascondono completamente la testa.
Nel 1800 la maschera si usava nei balli e nei festeggiamenti di carnevale. Cinquecento anni fa gli attori della Commedia dell’Arte crearono le maschere personaggio e dal servo sciocco e dall’ intrigante nacquero maschere come Arlecchino e Brighella. In teatro mantennero a lungo questa caratteristica, finché il declino della Commedia dell’ Arte li allontanò pian piano dai palcoscenici per limitare la loro presenza nei teatri dei burattini e nelle sfilate di carnevale.
Fra le maschere italiane, quella di Arlecchino é certamente la più conosciuta e popolare. Le sue origini si possono rintracciare nella figura del “diavolo burlone” delle favole medievali e in seguito nel “buffone” delle compagnie di comici girovaghi alle corti principesche o fra i saltimbanchi e gli acrobati nelle fiere e nei mercati dei sobborghi, sempre affollati di gente in cerca di divertimento.
Nativo di Bergamo bassa, parla nel dialetto di quella terra, ma poi lo muterà in quello veneto, più dolce ed aggraziato. Il suo vestito era dapprima tutto bianco, come quello di Pulcinella, suo degno compare. Col tempo a furia di rattoppi con pezzi di stoffa di ogni genere, é diventato quello che oggi tutti conosciamo: un variopinto abito composto da un corto giubbetto e da un paio di pantaloni attillati, entrambi a losanghe e triangoli di tutti i colori.
Arlecchino ha un carattere stravagante e scapestrato. Ne combina di tutti i colori, inventa imbrogli e burle a spese dei padroni avidi e taccagni dei quali é a servizio, ma non gliene va bene una. Intendiamoci, Arlecchino non é uno stupido; magari è un ingenuo, talvolta forse un po’ sciocco, ma ricco di fantasia e immaginazione. Quanto a lavorare nemmeno a parlarne; fra Arlecchino ed il lavoro c’é una profonda incompatibilità; però fa lavorare la lingua, e molto! I suoi lazzi, le sue battute, le sue ingenue spiritosaggini, fanno ridere a crepapelle tutti quanti. Quando poi non sa come cavarsi da un impaccio o a liberarsi da un guaio, Arlecchino diventa un abile maestro nel far funzionare le gambe: capriole, piroette e salti acrobatici. Vivace, scanzonato, pieno di brio e di trovate, Arlecchino è la più simpatica fra tutte le maschere italiane.
L’eterna fidanzata di Arlecchino, Colombina, è la più conosciuta fra… le servette o fantesche; nacque nel Cinquecento e il suo modo di deridere i sospiri degli innamorati fu determinante per la riuscita comica degli spettacoli. Le venne attribuito il nome di “Colombina”, quando Isabella Franchini, famosa attrice che la interpretò, portò sotto braccio un paniere in cui si intravedevano due colombe. Colombina consegna biglietti segreti ed organizza incontri lontani da occhi indiscreti. Talvolta é bugiarda ma sempre a fin di bene. Colombina é molto vanitosa e un po’ civettuola e ci tiene ad avere un aspetto sempre ordinato ed attraente. Colombina non ha peli sulla lingua e con due paroline ben dette, riesce a mettere a posto qualche corteggiatore che non si comporta più che educatamente. Anche il suo eterno fidanzato, Arlecchino, deve stare ben attento, se cerca di fare lo sdolcinato con qualche altra sua collega, come Corallina o Ricciolina, sa lei come farlo rigare dritto. Il suo modo di fare,così vivace e malizioso, nasconde un carattere volitivo ed una naturale furbizia che fanno di Colombina un personaggio simpaticamente sbarazzino, molto amato dal pubblico.
Il primo carro allegorico che trasportava maschere venne costruito a Viareggio nel 1873. Questo carro era realizzato da addetti del porto che, ispirandosi alle tecniche di costruzione delle navi, riuscirono ad erigere strutture con corde, cavi d’acciaio e paranchi usati nei cantieri. Queste prime opere avevano dei mascheroni realizzati in gesso e pesavano, quindi, anche parecchi quintali. Nel 1921 un carro ospitò, per la prima volta, una intera orchestra. La cosa ebbe così successo che nel 1923 alcuni carristi pensarono di far “ballare” anche i pupi, realizzando, così, i primi movimenti. La nascita della moderna “cartapesta” (in realtà carta da calco) e’ però dovuta al maestro Antonio D’Ariano (1925) che pensò ad un nuovo sistema: ricoprire la creta con il gesso, in modo da ottenere uno stampo al negativo della figura originale, e poi mettere vari strati di carta all’interno di un modello di gesso. Una volta asciugata, la sagoma in carta si staccava dal gesso senza problemi e, identica all’originale, pesava qualche chilo invece di quintali. Grazie a questa invenzione si possono oggi costruire carri immensi che sfiorano le leggi della gravità.
E vi siete mai chiesti da dove deriva la tradizione dei coriandoli? Tipici del Carnevale e di altre festività come il Capodanno, questi piccoli ritagli di carta colorata vengono lanciati in aria o su persone e spesso il loro uso è abbinato a quello delle stelle filanti.
In inglese, tedesco, francese, olandese, svedese e in spagnolo sono stranamente chiamati con il termine italiano di “confetti”. L’origine della confusione linguistica ha origine nel Rinascimento, quando in Italia ai matrimoni o durante il Carnevale si usava lanciare veri e propri dolcetti, i confetti appunto. È attestato che già prima del 1597 i confetti stessi erano anche chiamati “coriandoli”, «cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti», ovvero si utilizzavano talora i semi della pianta del coriandolo al posto delle mandorle nei piccoli dolci.
In seguito, pur rimanendo chiamati “coriandoli” si utilizzarono nei lanci in occasione delle festività palline di carta colorata o di gesso. Solo nel 1875 furono adottati i cerchi di carta, grazie all’inventiva dell’ingegner Enrico Mangili di Crescenzago (Milano) che iniziò a commercializzare come coriandoli i cerchi di carta di risulta dalle carte traforate utilizzate in sericoltura per l’allevamento dei bachi da seta.
L’invenzione dei coriandoli di carta è attribuita all’ingegnere Ettore Fenderl: secondo un racconto da lui stesso riferito (e riportato anche in un’intervista alla radio Rai del 1957), per festeggiare il Carnevale del 1866 avrebbe ritagliato dei triangolini di carta in quanto non aveva il denaro per comprare i confetti di gesso allora in uso.
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Felici di esser stati utili